Avevo solo 12 anni quando mia madre iniziò ad abusare di alcol.
Da allora ne sono passati più di 40, durante i quali si sono verificati eventi così tristi che solo chi ha accanto una persona cara affetta da dipendenza patologica può immaginare.
Spesso mi sono sentita orfana, dimenticata, vergognandomi di lei e dei suoi comportamenti. Inoltre, lo stigma sociale della dipendenza definisce chi fa uso di sostanze come un vizioso, un drogato, un reietto da discriminare, quando in realtà mia mamma era anche una donna amorevole, generosa e capace.
Non voglio dilungarmi in un banale elenco di fatti incresciosi, momenti imbarazzanti, ricordi dolorosi.
La mia è una storia come tante.
L’ho scoperto 10 anni fa frequentando un gruppo di sostegno familiare, dove ad accogliermi ho trovato un esperto illuminato che definiva la dipendenza una malattia cronica e recidivante. E ho conosciuto persone piegate come me da un dramma che non riuscivano più a gestire.
Finalmente mi sono sentita accolta e protetta, in totale assenza di giudizio. Soprattutto sono venuta a conoscenza di un approccio diverso alla malattia e al malato.
Raramente ho mancato l’appuntamento al gruppo. Un momento tutto mio che conservo tuttora con cura, riconoscendone il valore.
Mia mamma è venuta a mancare 2 anni fa. Non sono riuscita a salvarla dal mal di vivere che l’ha accompagnata per così tanto tempo.
Mi sono salvata io: non sono sprofondata con lei nella sua disperazione.
Ogni settimana raggiungo l’incontro del mio gruppo, ci sediamo in cerchio con il nostro esperto a coordinare gli interventi. Nel tempo si sono strette amicizie preziose, perché parliamo la stessa lingua, ci comprendiamo, conosciamo il dolore e percorriamo insieme un cammino difficile.
E non ci sentiamo più soli.
(E.)